Se ti chiedessero di immaginare un cane San Bernardo, probabilmente penseresti subito a un gigante dal carattere dolce, immerso nella neve, con una piccola botticella di legno appesa al collo.
È un'immagine che tutti conosciamo. Compare nei cartoni animati, nei film, nelle pubblicità e persino nei giocattoli. Ma c'è un piccolo dettaglio: quella botticella non è mai stata realmente utilizzata dai San Bernardo impegnati nei soccorsi.
Sì, hai letto bene. Si tratta di uno dei miti più famosi della storia cinofila.
Da dove nasce la leggenda?
Per scoprirlo bisogna fare un salto indietro di diversi secoli.
Tra Italia e Svizzera, sul valico del Passo del Gran San Bernardo, sorgeva un ospizio gestito dai monaci. In una zona dove neve, bufere e valanghe rendevano il viaggio estremamente pericoloso, questi religiosi allevavano cani robusti e resistenti che avevano un compito ben preciso: trovare i viaggiatori dispersi.
Grazie al loro straordinario olfatto, alla forza fisica e alla capacità di orientarsi anche durante le tempeste, i San Bernardo riuscivano a localizzare persone sepolte dalla neve o rimaste bloccate lungo i sentieri.
Una volta trovato qualcuno, alcuni cani rimanevano accanto al disperso per tenergli compagnia e scaldarlo con il proprio corpo, mentre altri tornavano rapidamente all'ospizio per guidare i soccorritori sul luogo del ritrovamento.
Erano, a tutti gli effetti, i "soccorritori alpini" dell'epoca.
E allora la botticella?
La famosa botticella compare soltanto all'inizio dell'Ottocento.
Nel 1820 circa il pittore inglese Edwin Landseer realizzò un quadro intitolato Alpine Mastiffs Reanimating a Distressed Traveller. Nell'opera raffigurò due cani da soccorso e uno di essi portava una piccola botte di liquore appesa al collo.
L'immagine ebbe un enorme successo e fu riprodotta ovunque.
Da quel momento la botticella entrò nell'immaginario collettivo, fino a diventare il simbolo stesso del San Bernardo.
Ma davvero conteneva liquore?
Secondo la leggenda, nella botticella ci sarebbe stato del brandy o un altro liquore forte da offrire ai viaggiatori infreddoliti.
L'idea, però, non trova alcun riscontro storico.
Anzi, oggi sappiamo che somministrare alcol a una persona colpita da ipotermia è addirittura controproducente: provoca una dilatazione dei vasi sanguigni che aumenta la dispersione del calore corporeo, peggiorando la situazione.
I monaci del Gran San Bernardo non hanno mai equipaggiato i loro cani con botticelle di liquore.
Il vero eroismo dei San Bernardo
La realtà è persino più affascinante della leggenda.
Per oltre due secoli questi cani hanno salvato centinaia di vite affrontando neve alta, gelo e valanghe. Lavoravano in condizioni proibitive, guidati da un istinto eccezionale e da un legame profondissimo con i loro conduttori.
Tra tutti spicca il celebre Barry, vissuto tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, al quale vengono attribuiti oltre quaranta salvataggi. Ancora oggi è ricordato come uno dei più grandi cani da soccorso della storia.
Perché il mito continua ancora oggi?
Perché è una storia semplice, immediata e capace di emozionare.
La botticella rappresenta un gesto di aiuto, di conforto e di speranza. Anche se non è mai esistita nella realtà, è diventata il simbolo universale della generosità dei San Bernardo.
E forse è proprio questo il motivo per cui continua a sopravvivere.
La prossima volta che vedrai un San Bernardo con la sua immancabile botticella, saprai che quella è una leggenda. Ma saprai anche che la sua vera storia è ancora più straordinaria: quella di un cane che, senza bisogno di alcun accessorio, ha scritto alcune delle pagine più belle del soccorso in montagna.
🐾 Questa storia non finisce qui.
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