Un cucciolo di gatto. Poche settimane di vita. Qualcuno lo prende, lo cosparge di alcol e gli dà fuoco.
Non durante uno scatto d’ira. Non per difendersi. Non per una tragica fatalità. Per fare un video. Per attirare attenzione. Per i social.
Il piccolo si chiamava Nixie. È sopravvissuto inizialmente alle fiamme, riportando ustioni gravissime. Per giorni qualcuno ha provato a salvarlo. Alla fine il suo piccolo corpo non ce l’ha fatta.
Ma questa volta non vogliamo raccontarvi dove sia successo. Non è questo il punto. Non vogliamo nemmeno soffermarci sui nomi di chi lo ha fatto.
Vogliamo fermarci su una domanda molto più inquietante: che cosa ci sta succedendo?
Quando la sofferenza diventa intrattenimento
Un essere vivente è stato trasformato in materiale per produrre contenuti. Questa frase dovrebbe essere sufficiente a farci paura.
Perché dietro quello schermo non c’erano pixel. C’era un cucciolo. Sentiva dolore. Sentiva paura. Cercava probabilmente di scappare senza capire perché qualcuno gli stesse facendo del male.
E dall’altra parte c’erano esseri umani capaci non soltanto di infliggergli quella sofferenza, ma di accendere una videocamera mentre accadeva.
È questo passaggio che dovrebbe far scattare un gigantesco campanello d’allarme. La violenza non viene più soltanto commessa. Viene messa in scena, registrata, pubblicata e trasformata in qualcosa dal quale ci si aspetta una ricompensa: visualizzazioni, commenti, follower, notorietà.
Quando la vita diventa il prezzo accettabile da pagare per ottenere attenzione, qualcosa nella nostra società sta andando terribilmente storto.
Non possiamo liquidarli come “idioti”
Sarebbe rassicurante farlo. Dire che sono degli stupidi, dei mostri, delle persone fuori dal mondo e chiudere lì la questione.
Ma sarebbe troppo facile.
Una persona capace di incendiare deliberatamente un cucciolo indifeso per divertirsi o ottenere attenzione manifesta un comportamento che la società non può permettersi di banalizzare.
Questo non significa sostenere automaticamente che chi maltratta un animale commetterà necessariamente violenza contro una persona. Significa qualcosa di molto più semplice: chi è disposto a provocare deliberatamente una sofferenza estrema a un essere senziente merita l’attenzione delle istituzioni, della giustizia e della società.
Non una risata. Non qualche giorno di indignazione sui social. E certamente non migliaia di visualizzazioni come premio.
Perché il problema non riguarda soltanto la tutela degli animali. Riguarda tutti noi. Una società dovrebbe preoccuparsi seriamente quando qualcuno riesce a guardare un essere vivente terrorizzato e sofferente e, invece di fermarsi, pensa a quanto quel momento potrebbe funzionare bene davanti a una telecamera.
Il problema siamo anche noi
Esiste poi un meccanismo ancora più perverso. Ogni volta che un contenuto del genere viene ricondiviso per indignazione, commentato centinaia di volte o rilanciato senza necessità, rischiamo involontariamente di concedergli proprio ciò per cui potrebbe essere stato creato: attenzione.
Segnalare è necessario. Documentare quando serve alla giustizia è necessario. Informare è necessario. Trasformare la sofferenza in spettacolo non lo è.
Per questo anche noi scegliamo di raccontare questa storia senza mostrarvi il video delle fiamme. Nixie ha già sofferto abbastanza. Non abbiamo bisogno di guardarlo bruciare per capire quanto sia grave ciò che gli è stato fatto.
Anzi, forse dobbiamo cominciare proprio da qui: smettere di regalare notorietà a chi utilizza la sofferenza come strumento per conquistarla.
Le piattaforme devono assumersi una responsabilità
Non possiamo continuare a considerare tutto ciò esclusivamente responsabilità dell’utente che pubblica.
Le piattaforme tecnologiche hanno costruito sistemi nei quali l’attenzione possiede un valore. Visualizzazioni, interazioni, condivisioni e permanenza davanti allo schermo sono diventate una valuta.
Questo non significa attribuire ai social network la responsabilità di ogni gesto compiuto da chi li utilizza. Significa però che quando un sistema premia la capacità di attirare attenzione, deve anche possedere strumenti estremamente efficaci per impedire che la violenza diventi una scorciatoia per ottenerla.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto questo singolo episodio. Esistono ormai studi che hanno documentato la presenza online di centinaia di contenuti nei quali gli animali vengono sottoposti a sofferenza, talvolta all’interno di sistemi capaci persino di generare visualizzazioni e profitti.
Nixie, quindi, non deve diventare soltanto il nome di un’altra vittima dimenticata dopo qualche giorno di indignazione. Deve diventare un campanello d’allarme.
Qualcosa sta sfuggendo di mano
Dovremmo avere il coraggio di dirlo chiaramente: qualcosa sta sfuggendo di mano.
Quando per ottenere qualche secondo di notorietà qualcuno è disposto a mettere in pericolo la propria vita, quella degli altri o addirittura a torturare e uccidere deliberatamente un essere vivente, non siamo più davanti soltanto alle stranezze di Internet.
Siamo davanti a un problema culturale e sociale.
Il confine tra realtà e spettacolo rischia di diventare sempre più sottile. Dietro uno schermo tutto sembra distante, ripetibile, cancellabile. Ma il dolore reale non scompare chiudendo un’applicazione.
Quel gattino bruciava davvero. Provava dolore davvero. Aveva paura davvero. Ed è morto davvero.
Questa è la realtà che nessun numero di visualizzazioni può cancellare.
Con la vita non si scherza
Forse è questa la lezione più semplice che abbiamo dimenticato.
Possiamo giocare con un’applicazione. Possiamo cancellare un video. Possiamo chiudere un profilo e aprirne un altro. Possiamo spegnere uno smartphone.
Una vita no.
Non esiste il tasto “annulla” quando un corpo viene bruciato. Non esiste una seconda versione di quel cucciolo da caricare se la prima muore.
Nixie era vivo. Era piccolo. Era innocente.
E soprattutto la sua vita apparteneva a lui, non a chi ha deciso di utilizzarla per qualche secondo davanti a una videocamera.
Prima o poi l’umanità dovrà imparare nuovamente una regola elementare: la vita non è un contenuto. La sofferenza non è intrattenimento. Nessun like vale il dolore di un essere vivente.
Se non saremo capaci di comprenderlo volontariamente, rischiamo di impararlo nel modo peggiore e forse a caro prezzo.
Perché una società che smette di riconoscere il valore della vita degli esseri più fragili non sta mettendo in pericolo soltanto loro.
Sta perdendo qualcosa di profondamente umano.
🐾 Questa storia non finisce qui.
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